Читаем в оригинале: отрывок из книги «Se la luna mi porta fortuna» итальянского писателя Акилле Кампаниле

Фото: Patrick Lalonde (unsplash.com)

03.01.2020

Отрывок из книги «Se la luna mi porta fortuna» (русск. «Если луна принесёт мне удачу»; 1927) итальянского писателя Акилле Кампаниле, читая который, вы перенесётесь в тёплое купе итальянского регионального поезда, который зимним вечером неспешно поднимается в горы.

Buona lettura! • Приятного чтения!

«Se la luna mi porta fortuna», Achille Campanile • «Если луна принесёт мне удачу», Акилле Кампаниле

«Quando si cominciò a viaggiare con i treni, si rimpiansero le diligenze postali e si disse che quello era viaggiare. Quando si viaggerà soltanto per aria, si rimpiangeranno i treni e si dirà che in essi era la poesia del viaggio. Giorno verrà in cui si rimpiangeranno gli aeroplani a causa d’imprevedibili mezzi di locomozione. Poi si rimpiangeranno questi imprevedibili mezzi di locomozione. In realtà, i grandi espressi internazionali hanno una loro poesia, che s’intende quando, all’ora del tramonto, essi traversano le sconfinate praterie dagli orizzonti bassi e nuvolosi. Non parliamo, poi, dei grandi vetri lucidissimi, battuti dalla pioggia, dei paralumi rosa nelle vetture-ristorante, dei fazzoletti agitati ai finestrini e degli angoli intrisi di lagrime.

Ma, più che gli espressi internazionali, si rimpiangeranno i piccoli treni che, nelle sere d’inverno, si arrampicano su per le montagne.

È una delizia viaggiare in questi treni.

Lo scompartimento, in cui sono due o tre viaggiatori, è illuminato discretamente e riscaldato in modo soffocante, da sentire l’odore della vernice che brucia. Dai vetri appannati dei finestrini s’intravede il cielo buio e il chiarore della campagna nevosa. Fuori turbina il nevischio.

Il trenino se ne sale cheto, senza fretta e senza scosse. Fa una comoda tappa a tutte le stazioncine di legno, nelle quali s’intravede il rosso d’un bel fuoco acceso e s’odono tintinnare i bicchieri di vino caldo. Di quando in quando, fa una fermata misteriosa in mezzo alla campagna: forse per riprendere fiato. Allora i viaggiatori, che s’erano appisolati, aprono gli occhi, si stiracchiano, domandando: “Dove siamo?” e si rimettono a dormire.

Ogni tanto il trenino torna indietro, se ha dimenticato qualche cosa.

Una macchinetta con un tubo lunghissimo lo tira davanti, ansando, e un’altra macchinetta, con un altro tubo lunghissimo, lo spinge di dietro, pure ansando. Esse si danno un gran da fare, sbuffano, s’affaticano, per mettere in moto due o tre vagoni.

Il trenino sale sempre più lento, più ansimante, a gran fatica.

Sale fra la neve, passo passo. Già s’avverte tutt’intorno il grande silenzio che abita le montagne e che attutisce ogni rumore, persino quello delle ruote, dei vagoni e della macchina.

Solo, nel silenzio, s’ode chiaramente l’ansito forte e stanco della locomotiva, in cui ritmo si fa sempre più lento, sempre più lento, come stesse per cessare da un momento all’altro.

Difatti, rallenta, rallenta ancora. Poi s’arresta. E tace.

Allora ci si accorge che il treno è fermo.

Si pulisce il vetro appannato del finestrino e si guarda il nome della stazione.

Non c’è un’anima viva.

Queste fermate dei treni in montagna sono circondate di silenzio. Né un sibilo, né un fischietto, né una trombetta di capostazione.

Solo, vicino all’orologio luminoso, continua a tintinnare un campanello elettrico, il cui suono si confonde col silenzio.

Sembra che tutti se ne siano andati da molto tempo e abbiano dimenticato di fermare il campanello, che continuerà a tintinnare per sempre, vicino all’orologio luminoso.»

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